"La donna-ragno", un racconto ‘foggiano’ di Eugenio Montale

Il capoluogo pugliese nei versi del grande poeta ligure

Eugenio Montale
Chiara Ferrara

«I binari erano incandescenti sotto il torrido cielo di Foggia». Potrebbe essere la banale descrizione di un comune pomeriggio estivo foggiano, quando l’afa invincibile infiamma le strade e brucia anche l’ultima molecola d’ossigeno. E invece è l’incipit di un breve racconto di Eugenio Montale. Clizia a Foggia – questo il titolo – fu pubblicato dal poeta ligure sul «Corriere d’Informazione» nel luglio 1949 e inserito nella raccolta Farfalla di Dinard. In Capitanata, però, pare che Montale non si fosse mai fermato. Vi approda Clizia, invece, nella finzione letteraria: la musa montaliana per eccellenza, ispiratrice e interlocutrice de Le occasioni e La bufera e altro.

La Clizia della prosa, tuttavia, è qualcosa di molto lontano dalla donna cantata nei versi. Dopo aver perso il treno che avrebbe dovuto riportarla al Nord, è sola nella calura estiva del capoluogo dauno. Nella sala d’aspetto della stazione ferroviaria, sconfortata dalla lunga attesa che le si prospetta, alza gli occhi al cielo in cerca di un qualche aiuto dall’alto. Primo snodo inatteso per il lettore abituato alla Clizia dagli «occhi d’acciaio» (Nuove stanze): non solo non è più donna angelicata dalla funzione salvifica, ma resta persino esclusa da una qualche «consolante apparizione». Del resto, siamo negli anni del difficile dopoguerra, quando ormai Clizia si rivela sempre più inadeguata e lascia il passo alle donne-animali. L’unica visione che le si para davanti è quella di un grosso ragno nero agonizzante, vittima di una corrente d’aria, vero e proprio «ciclone» per l’aracnide. Una bufera, potremmo dire, proprio come quella che aveva segnato, nella raccolta poetica, la crisi dei valori di cui Clizia si era fatta portatrice.

Trovato rifugio nella frescura della sala municipale, assiste a un incontro sulla metempsicosi tenuto da due illustri docenti universitari e si assopisce, sognando di reincarnarsi in un ragno. Montale descrive con accuratezza la metamorfosi della donna, insistendo sulla leggerezza del corpo e, soprattutto, sulle rinnovate facoltà visive: una inedita «prospettiva orizzontale» che accresce l’«illusione di spazio e libertà» data la maggiore vicinanza al suolo. Una visione contrapposta a quella dell’uomo che invece è verticale, parziale, sospeso com’è su due «trampoli». Sono glianni, questi, in cui Montale cerca una possibile salvezza non più nei valori alti ma nel ‘basso’, nella vitalità degli istinti che si concretizza nelle immagini della terra e del fango, del gallo cedrone e dell’anguilla.

Ancora una volta, però, non prima di un ravvicinato incontro con un giovane Pitagora, l’animale è colto in trappola. Restituita alla veglia, Clizia viene invitata a condividere la propria esperienza, ma il resoconto onirico suscita l’ilarità degli astanti e lo sdegno dei luminari.

Derisa – ma derisore di una certa scienza è anche il suo racconto – e scacciata, Clizia non può fare altro che lasciare la sala in cui aveva trovato riparo e attendere sotto i colpi della calura estiva il treno che la porterà lontano; un’allusione, forse, alla fuga nell’«oltrecielo» cantata in L’ombra della magnolia.

Della donna-ragno e della sua ‘visione orizzontale’ si può soltanto ridere.Clizia a Foggia svela la sua natura di snodo cruciale, passaggio obbligato che nei toni ironici anticipa la stagione poi inaugurata da Satura. Vero e proprio mito moderno a cui, citando Calvino, bisogna accostarsi senza fretta: lasciarlo «depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal linguaggio di immagini» (Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio).

 

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