Decoding Dickens: decifrata la “Tavistock letter”

L'importante scoperta targata Unifg

Decoding Dickens
Francesca Romana Cicolella

Il Decoding Dickens, la sfida per decifrare la “Tavistock letter” di Charles Dickens, sta facendo parlare tutto il mondo. Un progetto, avviato dall’Università di Foggia e la University of Leicester, che ha messo in palio 300 sterline per chi fosse riuscito a decifrare l’enigma.

Dell’importanza dell’iniziativa avevamo già parlato su Unifgmag, raccontando della sfida lanciata e di quanto potesse essere significativa per il mondo della letteratura. La sfida è stata raccolta da numerosissimi studiosi e studenti e oggi il codice è stato identificato.
Dell’importanza di questa scoperta abbiamo parlato direttamente con il prof. Hugo Bowles, responsabile per l’Unifg del Decoding Dickens. 

In cosa consiste questa importante scoperta?
In breve, abbiamo scoperto una nuova lettera di Charles Dickens, il grande romanziere inglese  dell’Ottocento tramite la trascrizione della sua stenografia misteriosa. Ma la trascrizione non l’abbiamo fatta noi, l’ha fatto il pubblico. Noi abbiamo solo facilitato l’operazione.

E come è nato e si è evoluto il progetto?
Esistono una decina di manoscritti stenografici di Dickens che non sono mai stati decifrati. Due anni fa ho pubblicato un libro su questo materiale e il sistema stenografico che Dickens ha adoperato, chiamato Brachygraphy. Ho capito sin dall’inizio che da solo non sarei stato in grado di decifrarlo, e insieme a Dr Claire Wood dell’Università di Letcester, una studiosa di Dickens e un esperto in digital humanities, abbiamo deciso di tentare una trascrizione coinvolgendo il pubblico. Grazie ad un finanziamento dell’AHRC britannico, abbiamo organizzato un sito web e costruito una rete di archivi e biblioteche che detenevano i manoscritti stenografici di Dickens. Poi abbiamo organizzato dei workshop online, offrendo un training gratuito al pubblico nella trascrizione e, con l’aiuto di un piccolo premio in denaro offerto da un donatore anonimo, abbiamo aperto il concorso della trascrizione del Tavistock Letter.

Quante proposte di decodifica sono arrivate prima di giungere a quella giusta?
Piu’ di 1000 persone hanno scaricato la lettera e tentato la trascrizione e 15 sono arrivati alla selezione finale.

Quale è stato il processo che ha portato a capire che quella che ora si ritiene la giusta decodificazione del codice sia quella effettiva?
Una bella domanda. Se non abbiamo il manoscritto della lettera ma solo la versione stenografica, come possiamo essere certi che la nostra trascrizione finale sia corretta? Infatti non si puo’ mai essere certi al 100%. Possiamo solo raggiungere una decisione condivisa. Se 100% dei nostri transcribers decidono indipendentemente che un certo simbolo corrisponde alla parola “take” e se la parola “take” ha senso nel contesto verbale in cui si trova, allora possiamo essere sicuri al 99% che la trascrizione “take” è corretta. Se invece le trascrizioni singole sono diverse tra loro, quel simbolo risulterà “non trascritto”. Infatti abbiamo certezza solo su 70% della lettera e 50 simboli sono ancora indecifrati.

E il 70%, quindi, è sufficiente per identificare quando è stato scritto la lettera?
In questo caso, si. Da alcune trascrizioni chiavi – le parole  “Household Words” e “All the Year Round” e “Ascension Day” – abbiamo capito che si trattava di una lettera scritta nel maggio 1858 – un periodo molto intenso della vita di Dickens quando stava transitando dalla direzione di una sua rivista (Household Words) ad un altra (All The Year Round).

E si sa a chi è stato indirizzato?
Il destinatorio non è indicato nel manoscritto stenografico ma siamo riusciti ad identificarlo lo stesso. Si tratta di  John Delane, il capo redattore di The Times nel 1858 e amico di Dickens

Come l’avete trovato?
Attraverso la trascrizione di tre parole chiave che ci hanno indirizzato sulla strada giusta. Dickens sta chiedendo aiuto ad un amico (appeal to you in person) riguardo ad un inserto pubblicitario (advertisement) che è stata rigettata (refused). Ma perché? Pensavamo che l’inserto pubblicitario riguardasse la sua nuova rivista “All The Year Round” e attraverso una ricerca nel Morgan Library di New York abbiamo trovato, tra le lettere pubblicate di Dickens, dei riferimenti proprio ad una disputa commerciale che riguardava un inserto pubblicitario. Abbiamo capito che la lettera fosse stata scritta da Dickens a Delane chiedendo di intervenire con il suo direttore perché un suo inserto pubblicitario era stato rifiutato erroneamente per motivi legali da un impiegato. Dickens scrive che l’inserto è perfettamente legittimo essendo stato autorizzato da un giudice dell’Alta Corte.  Si capisce che Dickens è offeso con il giornale, anche arrabbiato.

Che cosa ci dice tutto questo del personaggio Dickens?
Ovviamente tendiamo a giudicare Dickens per la sua produzione letteraria - i suoi romanzi, i suoi personaggi memorabili, il suo stile di scrittura. Ma dimentichiamo che per lui la parte editoriale della vita era altrettanto significativa perché gli garantiva un reddito importante. Nel 1858 Dickens stava mantenendo tre famiglie – la sua con i suoi 10 figli, quella di sua moglie che lui aveva cacciato di casa in modo crudele, e quella del suo amante Ellen Ternan. La lettera dimostra come, per affrontare queste spese ingenti, Dickens fosse diventato un businessman impegnato, astuto e determinato. Voleva controllare ogni aspetto del lavoro commerciale, persino gli inserti pubblicitari. Un inserto rifiutato era un affronto non solo alla sua dignità ma anche al suo portafoglio.

E il pubblico è stato importante per il progetto?
SI, assolutamente. Ormai i docenti universitari sono chiamati a coinvolgere la società civile nella ricerca attraverso un lavoro di divulgazione - un processo denominato la “terza missione”. Personalmente, penso che sia di grande valore sociale e ci credo molto. La nostra ricerca è stata al 100% un lavoro di terza missione. Il pubblico è stato determinante per il suo successo e ho imparato molto da loro e da questa esperienza.

I media sono stati interessati?
Per fortuna, si. A novembre dell’anno scorso The Times ha pubblicato un lungo articolo sul Dickens Code che è stato ripreso da tanti altri giornali. Poi, all’inizio di febbraio, quando abbiamo pubblicato la scoperta, si sono scatenati di nuovo: ci sono stati articoli su The Guardian, The Times, the Telegraph, BBC online; siamo stati sul telegiornale nazionale inglese e in prima pagina su The New York Times. Abbiamo fatto interviste ovunque, dalla tv russa e la radio australiano. In inglese si direbbe che è stato un “media storm”.

Come spiega questo entusiasmo globale?
Direi per tanti motivi messi insieme. Naturalmente, il personaggio Dickens attira il pubblico; ha i suoi fans in tutto il mondo. Poi sappiamo che i giochi linguistici piacciono e tutti i manoscritti scritti in un codice indecifrabile hanno un loro fascino. Era anche in palio un piccolo premio in denaro e questo ha colpito l’interesse di molti. Ma direi che ad essere decisivo è stato che i nostri followers sono diventati i protagonisti stessi della ricerca. Sono venuti ai nostri workshop online, hanno imparato a trascrivere e hanno decifrato la lettera. Il fatto che il pubblico potesse decifrare una stenografia complessa vecchia di 200 anni ha colpito l’immaginario collettivo. 

Che cosa significa questa ricerca per un Ateneo come il nostro?
Dimostra che puo’ competere con tutti e che non sono necessari grandi finanziamenti per arrivare lontano. I progetti digitali hanno il grande vantaggio di colmare non solo la distanza tra studiosi e il pubblico ma anche il dislivello tra atenei grandi e piccoli. L’importante è avere un buon progetto iniziale con una strategia digitale capace di diffonderlo e il sostegno del proprio dipartimento e dell’ateneo. Noi l’abbiamo avuto. 

Questo studio e questa scoperta hanno portato anche l’Università di Foggia ad avere un ruolo centrale nello studio e nella ricerca straniera. Quanto è importante, quindi, la collaborazione tra Atenei?
Credo che ormai la collaborazione tra gli atenei a livello internazionale sia diventata fondamentale per la crescita di qualsiasi progetto scientifico in tutti i campi. In Italia la collaborazione tende giustamente ad essere impostata sull’Europa e a coinvolgere docenti provenienti dagli altri stati europei. Ma dopo la Brexit, l’impostazione europeista si è complicata per il mio settore, quello dell’anglistica. Gli anglisti non possono necessariamente fare affidamento sui legami europei e in futuro potrebbe essere necessario stabilire accordi di ricerca bilaterali tra Italia e Gran Bretagna o altri paesi anglofoni. In questo senso il nostro accordo con l’Università di Leicester, firmato nel 2019, è stato tra i primi accordi bilaterali angloitaliani nell’era post-Brexit. E di questo, e anche del risultato, credo che l’Ateneo di Foggia possa essere molto fiero.


 

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