Possono le condizioni climatiche influire sulla diffusione della SAR S-CoV-2? Sin dall’inizio della pandemia gli scienziati hanno cercato di rispondere a questa domanda al fine di analizzare i fattori climatici che hanno favorito la diffusione iniziale del Covid-19, non solo a fini speculativi ma anche pratici, come fornire risposte ai governi e indirizzare i vari lockdown e le progressive riaperture, con il preciso obiettivo di limitare i danni psicologici e le perdite economiche causate dall’attuale emergenza sanitaria.
Una ricerca condotta da un gruppo di studiosi dell’Università di Foggia, la maggior parte giovanissimi, e pubblicata sul prestigioso journal Scientific Reports del gruppo Nature lo scorso 16 aprile, intende fornire risposte concrete sulla relazione tra fattori climatici, densità di popolazione e Covid-19.
Lo studio si basa sull’analisi statistica di indicatori virologico-climatico-demografici di 209 Paesi nelle prime 16 settimane della pandemia.
L’articolo è a firma di Alessia Spada, Ricercatrice di Statistica presso il Dipartimento di Economia, Francesco Tucci e Aldo Ummarino, freschi laureati in Medicina e Chirurgia Unifg, Nicholas Calà e Michele Caputo, attualmente iscritti al Corso di laurea in Medicina e chirurgia e Antonio Tucci, Medico e Presidente di Agorà Scienze Biomediche. A contribuire all’articolo scientifico anche altri giovanissimi autori, membri anch’essi di Agorà, associazione del nostro territorio che forma giovani menti allo studio delle scienze biomediche.
“I fattori climatici sembrano svolgere un ruolo importante nell'epidemiologia dell'infezione, sebbene la letteratura recente non sia riuscita a fornire una conoscenza unica e inequivocabile su questo argomento, spesso limitandosi a studiare relazioni con le singole variabili climatiche, considerando ambiti geografici e temporali limitati ed escludendo dall’analisi variabili socio demografiche”, ha spiegato la dottoressa Alessia Spada.
“Il nostro lavoro, il primo a scala mondiale, ha considerato un periodo di studio di sedici settimane, a partire dal primo caso conclamato di infezione in ciascuno dei 209 Paesi considerati. Sono stati calcolati i dati medi settimanali di radiazione solare, temperatura, umidità, precipitazione, vento e pressione atmosferica, e messi in relazione con i dati di incidenza e prevalenza del COVID-19, considerando uno sfasamento temporale di due settimane, necessario a causa del tempo di incubazione e riconoscimento da parte delle autorità sanitarie dell’avvenuta infezione. I modelli ad equazioni strutturali hanno permesso di testare un sistema complesso di relazioni tra il clima, intesa come variabile latente, ovvero non direttamente osservabile, la densità di popolazione e gli indici di incidenza e prevalenza del COVID-19.
Nelle prime sedici settimane in cui nei Paesi iniziava a diffondersi la pandemia, il nostro lavoro ha rilevato che il clima ha giocato un ruolo più importante rispetto alla densità di popolazione. In particolare l'irradiazione solare e la temperatura hanno avuto un peso notevole, creando situazioni poco favorevoli alla diffusione del virus, in linea con indagini sperimentali che dimostrano che la radiazione UV, in dosi molto piccole, è in grado di inattivare SARS-CoV-2. Al contrario, umidità e precipitazioni hanno creato invece condizioni favorevoli alla diffusione del virus. Il ruolo del vento si è dimostrato limitato, e quello della pressione si è rilevato non significativo.
Questi risultati confermano scientificamente quanto è stato percepito anche inizialmente dall’opinione pubblica, ovvero la diversa distribuzione iniziale della pandemia, con i Paesi caratterizzati da temperature e irradiazione solare più basse colpiti più rapidamente e più intensamente rispetto ai Paesi più caldi.
In seguito, e gli alti tassi di incidenza e prevalenza del COVID-19 osservati negli ultimi mesi in Brasile e India lo confermano, l'effetto del clima sul Covid-19 perde di peso a favore della densità di popolazione, a causa dell’elevata trasmissibilità del virus. Altri e numerosi fattori certamente sono subentrati potentemente anche in seguito, come le misure di contenimento adottate, l’intensità del commercio e il contatto umano, le misure igieniche, l’adozione di profilassi vaccinali. Tuttavia,– ha concluso la ricercatrice - l’auspicio di questo studio appena pubblicato è di fornire alla comunità scientifica mondiale un utile contributo al finora controverso dibattito dell’influenza delle variabili climatiche sul Covid-19”.
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*Alessia Spada, Ricercatrice di Statistica presso il Dipartimento di Economia dell'Università di Foggia, primo autore dell'articolo pubblicato su Nature.