Coltivare macroalghe nell’Adriatico integrandole con gli impianti di mitili e ostriche, trasformare la biomassa attraverso processi che utilizzano soltanto acqua e ricavarne pigmenti, biostimolanti, fibre tessili e biopolimeri. È il percorso scientifico e tecnologico sviluppato da BIOBASED (Development support of blue biorefinery in the Adriatic Sea), il progetto Interreg Italia-Croazia guidato dall’Università di Foggia e dedicato alla costruzione di nuove filiere della bioeconomia blu. I risultati raggiunti in trenta mesi di attività sono stati presentati a Napoli durante la conferenza finale organizzata nell’ambito di AquaBioTech 2026, il quarto International Aquatic Biotechnology Symposium. Alla giornata hanno preso parte ricercatori, tecnici, rappresentanti delle università, delle imprese, delle istituzioni europee e gli stakeholder coinvolti nello sviluppo della futura filiera. A coordinare la sessione scientifica dedicata a BIOBASED è stata Giovanna Romano, senior researcher del Dipartimento di Biotecnologie marine della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e presidente della European Society for Marine Biotechnology (ESMB). La sua presenza ha rafforzato il profilo internazionale del confronto, mettendo in relazione i risultati del progetto con le più avanzate linee di ricerca europee nel campo delle biotecnologie marine e con le prospettive di trasferimento delle conoscenze verso applicazioni industriali sostenibili. L’Università di Foggia è capofila di BIOBASED attraverso il Dipartimento di Scienze agrarie, alimenti, risorse naturali e ingegneria e lo STAR* Facility Centre. Il progetto è coordinato scientificamente dal professor Matteo Francavilla. Alla conferenza finale erano presenti anche la prorettrice Donatella Curtotti e il direttore del Dipartimento DAFNE Agostino Sevi. Avviato il 1° aprile 2024 e finanziato nell’ambito del programma Interreg VI-A Italia Croazia 2021-2027, BIOBASED coinvolge, sul versante italiano, il Consiglio nazionale delle ricerche-Istituto per le risorse biologiche e le biotecnologie marine (Cnr-Irbim) e l’Associazione Mediterranea dell’Acquacoltura (Ama). I partner croati sono l’Università di Dubrovnik e il Centro per l’Imprenditorialità.
Acquacoltura capace di rigenerare l’ambiente
Il modello studiato dal progetto è quello della Regenerative Integrated Multi Trophic Aquaculture, l’acquacoltura multitrofica integrata rigenerativa. In questo sistema specie appartenenti ai livelli bassi della catena trofica, produttori primari e filtratori, vengono allevate nello stesso ambiente, creando relazioni in grado di rendere più efficiente l’uso delle risorse. Le macroalghe assorbono i nutrienti presenti nell’acqua e vengono coltivate insieme a organismi filtratori come mitili e ostriche. In questo modo la produzione non dipende dalla raccolta di popolazioni algali naturali e può contribuire al riequilibrio ambientale degli ecosistemi costieri. L’approccio assume un significato particolare nell’Adriatico, caratterizzato in diverse aree da acque oligotrofiche, cioè relativamente povere di nutrienti. L’integrazione con impianti di molluschicoltura consente alle alghe di utilizzare le sostanze disponibili nel sistema e di trasformarle in nuova biomassa. La sperimentazione condotta in quattro siti pilota nell’Adriatico, localizzati tra il nord del Gargano, Cattolica e Mali Ston, ha dimostrato anche la possibilità di integrare la produzione algale su strutture già operative. Un impianto composto da 16 long-line potrebbe produrre circa 130 tonnellate di biomassa umida all’anno, senza richiedere la realizzazione di un’infrastruttura completamente nuova.
Una bioraffineria che utilizza soltanto acqua
Alla fase di coltivazione si affianca un processo di bioraffineria sequenziale progettato per recuperare dalla stessa biomassa diverse classi di composti. Il metodo sviluppato nell’ambito di BIOBASED utilizza l’acqua come solvente, riducendo il ricorso a sostanze chimiche e adottando una logica a cascata: ogni frazione viene separata e destinata all’applicazione più adatta. Tra i composti di maggiore interesse figura la R-ficoeritrina, una proteina-pigmento fluorescente impiegata come marcatore nelle tecniche diagnostiche e nelle analisi cellulari. Il suo valore può raggiungere circa 230 euro al milligrammo, dimostrando come una biomassa marina apparentemente semplice possa contenere molecole dalle elevate potenzialità scientifiche ed economiche. Il processo consente inoltre di valorizzare l’agar per produrre fibre tessili sostenibili e biopolimeri. Le frazioni contenenti amminoacidi e fitormoni possono invece essere trasformate in biostimolanti destinati all’agricoltura, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo delle piante e migliorare l’efficienza delle coltivazioni. La bioraffineria non punta dunque a ottenere un solo prodotto, ma a impiegare progressivamente le diverse componenti della biomassa. È questo utilizzo integrale a rendere il modello compatibile con i principi dell’economia circolare.
La conoscenza può trasformarsi in impresa
Per il direttore del DAFNE, i risultati raggiunti dimostrano come la ricerca universitaria possa generare nuove opportunità economiche e produttive per il territorio. “Noi formiamo ricercatori e produciamo conoscenza di interesse per tutti, ma nel caso specifico si tratta di una conoscenza che può tradursi in impresa”, ha sottolineato Sevi. “La tecnologia è matura e può diventare un’opportunità per il territorio, perché ci troviamo in un contesto chiaramente vocato a questo tipo di attività, considerando l’estensione delle nostre coste. L’utilità in prospettiva è notevole”. Il modello sviluppato da BIOBASED presenta una pluralità di possibili applicazioni. “Si possono ottenere diversi prodotti: sostanze chimiche ad alto valore aggiunto, diagnostici per la medicina e prodotti importanti anche dal punto di vista nutrizionale”, ha aggiunto Sevi. “Non è un caso che la Regione abbia puntato sullo STAR* Facility Centre, uno dei cinque centri di ricerca regionali finanziati per un’ulteriore implementazione e per lo sviluppo delle attività”.
Il confronto con gli stakeholder
BIOBASED è stato concepito per trasferire conoscenze e tecnologie fuori dai laboratori. Le attività hanno coinvolto mitilicoltori, piccole e medie imprese, startup, organizzazioni di supporto alle aziende e autorità pubbliche, con l’obiettivo di verificare la sostenibilità tecnica, normativa ed economica delle applicazioni sviluppate. La conferenza di Napoli ha rappresentato anche un momento di confronto tra il gruppo di ricerca e alcuni dei soggetti che potrebbero contribuire al passaggio dalla sperimentazione alla produzione e alla commercializzazione. Tra gli stakeholder presenti c’era Valeria Patruno, in rappresentanza di ARTI, l’Agenzia regionale per la tecnologia, il trasferimento tecnologico e l’innovazione della Puglia. La partecipazione dell’agenzia ha evidenziato l’importanza del trasferimento tecnologico e dell’accompagnamento dei risultati scientifici verso nuove iniziative imprenditoriali. Ha preso parte all’incontro anche Beatriz Castellar di Regenera, spin-off dell’Università di Genova interessato allo sviluppo di soluzioni legate alla produzione e alla valorizzazione delle alghe. Il settore delle biotecnologie marine era rappresentato inoltre da Margarita Sidorova, amministratrice delegata di MediSea Biotech. Il punto di vista dei produttori è stato portato da Leonardo Coccia della cooperativa Varano La Fenice, realtà direttamente collegata alle attività di molluschicoltura nel Gargano e alla possibilità di integrare la coltivazione delle macroalghe negli impianti già esistenti. Al confronto ha partecipato anche Pino Paravano di Java Hydrocolloids, società attiva nel settore degli idrocolloidi. Il coinvolgimento di un operatore industriale specializzato nella trasformazione delle alghe assume particolare rilievo per valutare la qualità della biomassa, le possibilità di lavorazione e la sostenibilità di una futura filiera europea. Il dialogo tra questi soggetti ha permesso di mettere in relazione i diversi passaggi della catena del valore: produzione in mare, ricerca scientifica, trasformazione della biomassa, conformità normativa, trasferimento tecnologico e accesso ai mercati. L’analisi condotta dal progetto ha individuato nell’alimentazione, nell’agricoltura, nella cosmetica e nel tessile i settori con le prospettive più concrete. La produzione di biocarburanti non è stata invece considerata economicamente sostenibile, poiché richiederebbe volumi di biomassa incompatibili con le dimensioni attuali della filiera.
Il contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici
La coltivazione delle macroalghe presenta anche un potenziale contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici. Secondo le stime emerse dal progetto, un impianto da 16 long-line può sottrarre al mare circa 9 tonnellate di carbonio all’anno. La misurazione di questa capacità potrebbe permettere, in futuro, l’accesso ai sistemi dei Blue Carbon Credits, già sperimentati in alcuni mercati internazionali. Per tradurre il beneficio ambientale in crediti certificabili sarà tuttavia necessario adottare metodologie condivise, capaci di quantificare il carbonio effettivamente rimosso e immagazzinato.
La cooperazione continuerà oltre BIOBASED
Nel corso della conferenza di Napoli, i partner hanno firmato un nuovo protocollo d’intesa per dare continuità alla collaborazione avviata con BIOBASED. L’accordo punta a mantenere attiva la rete transfrontaliera, promuovendo lo scambio di conoscenze, le attività di ricerca, il trasferimento tecnologico, il dialogo con le istituzioni e lo sviluppo di un mercato sostenibile. “Per il futuro del mondo, voi e la vostra ricerca siete fondamentali, cruciali e indispensabili”, ha affermato Curtotti, sottolineando l’importanza di sostenere le filiere delle bioraffinerie blu e di rafforzare la cooperazione tra università, enti pubblici, produttori, imprese e organizzazioni territoriali. La prorettrice ha ringraziato Francavilla per “il grande impegno scientifico e la sua incomparabile energia”, estendendo il riconoscimento ai tecnici, ai giovani ricercatori e all’intera squadra impegnata nel progetto. La conclusione di BIOBASED non rappresenta quindi il termine della ricerca, ma il passaggio verso una nuova fase. La sfida sarà trasformare i risultati scientifici raggiunti in filiere produttive capaci di generare innovazione, competenze qualificate e benefici ambientali lungo le due sponde dell’Adriatico. È già in corso un nuovo progetto europeo, SEAWEAVE (Novel functional textiles from red and brown seaweed), che vede l’Università di Foggia impegnata all’interno di un importante partenariato europeo per sviluppare tessuti funzionali a partire da alghe rosse e brune. Le attività di ricerca portate avanti da UniFg assumono un significato particolare alla luce dell’Algae Declaration, attraverso la quale gli Stati membri dell’Unione europea hanno riconosciuto le alghe come una risorsa strategica per le transizioni verde e blu dell’Europa. La dichiarazione, pur non essendo giuridicamente vincolante, rafforza l’impegno politico verso una maggiore integrazione del settore algale nelle strategie nazionali ed europee e riconosce il suo contributo allo sviluppo di industrie marine sostenibili e rigenerative, anche nel quadro dello European Ocean Pact. Un ruolo centrale in questo processo è svolto da EU4Algae, iniziativa promossa dalla Commissione europea e avviata nel 2022 per accelerare lo sviluppo di un settore algale europeo sostenibile e innovativo. Il network riunisce oggi circa 1.200 soggetti tra produttori, ricercatori, imprese, sviluppatori tecnologici, investitori, autorità pubbliche e organizzazioni della società civile. La piattaforma favorisce la condivisione delle conoscenze, il coordinamento delle politiche, l’accesso alle opportunità di finanziamento e la costruzione di una comunità europea capace di trasformare i risultati della ricerca in prodotti, servizi e nuove iniziative imprenditoriali. È la stessa traiettoria sulla quale si muove BIOBASED: partire dalle risorse dell’Adriatico e dalla ricerca universitaria per costruire un’economia blu capace di coniugare tutela ambientale, innovazione e sviluppo.