C’è un’università del Sud che, partendo da una traduzione, è diventata interlocutrice stabile di uno dei principali organismi internazionali per la sicurezza. È l’Università di Foggia, che attraverso il lavoro di Gabriele Fattori e del suo gruppo di ricerca ha contribuito a rendere accessibili, operativi e direttamente spendibili nelle politiche pubbliche i documenti su libertà religiosa, dialogo e sicurezza prodotti dall’Ufficio per le Istituzioni democratiche e dei diritti umani (ODIHR) dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Il percorso ha coinvolto il Ministero degli Esteri, il Ministero dell’Interno e le Prefetture e oggi guarda alla Capitanata come possibile laboratorio nazionale di sicurezza integrata.
Nel linguaggio della cooperazione internazionale, i documenti dell’OSCE non sono semplici atti di indirizzo. Anche se non giuridicamente vincolanti, si tratta di testi di riferimento per tutti gli Stati partecipanti all’OSCE, dal Canada alla Turchia, dagli Stati Uniti all’Ucraina, dedotti dalle più autorevoli fonti internazionali e talvolta dal lavoro delle Corti internazionali, elaborati avvalendosi di vaste consultazioni di governi e comunità religiose e perfezionate dall’apporto degli esperti più affermati della comunità scientifica e delle istituzioni. A partire dall’autorevolezza dei propri riferimenti ideali, giuridici e istituzionali questi documenti intendono orientare concretamente le politiche pubbliche della sicurezza, dell’integrazione e dei diritti. È in questo spazio, a cavallo tra ricerca e istituzioni, che si colloca il lavoro di Gabriele Fattori, 49 anni, originario di Urbino, con esperienze di studio e ricerca in Francia e negli Stati Uniti, oggi professore di Diritto ecclesiastico, Diritto canonico e Diritto pubblico all’Università di Foggia.
Professore, perché i documenti dell’OSCE hanno un peso così rilevante nelle politiche pubbliche, anche se non sono giuridicamente vincolanti?
Perché l’OSCE non produce norme in senso stretto, ma costruisce cornici di riferimento. I suoi documenti nascono dall’incrocio tra fonti solide del diritto internazionale, dei diritti umani e da un consenso molto ampio tra Stati e nella comunità scientifica. Questo li rende strumenti di orientamento per le politiche pubbliche: indicano come leggere i fenomeni e quali leve attivare. In altre parole, non dicono solo cosa non si può fare, ma suggeriscono cosa è più efficace fare per garantire una ‘vera’ sicurezza, cioè una sicurezza sostenibile nel medio e nel lungo periodo. L’OSCE parla di sicurezza integrata non solo tattica, ma anche strategica, non solo repressiva ma anche preventiva, non soltanto militare ma anche economica, ambientale e garante delle libertà fondamentali. Attenzione: il modello integrato di sicurezza, voglio dirlo subito, non può sostituirsi al modello più tradizionale incentrato sull’azione delle forze dell’ordine, ma deve affiancarlo. D’altra parte, sarebbe un errore pensare ad un modello astratto. Anzi la sicurezza integrata, e già una realtà delle nostre politiche pubbliche che implica l’interazione tra Stato, Regioni, enti locali e altri soggetti istituzionali al fine di concorrere, ciascuno per le proprie competenze, alla promozione e all’attuazione di un sistema unitario e integrato di sicurezza per il benessere delle comunità territoriali.
È su questo terreno che nasce la collaborazione con l’Università di Foggia?
Sì. Va detto che l’OSCE era nel destino dell’Ateneo. Il Prof. Venerando Marano, che mi ha preceduto nella Cattedra di Diritto ecclesiastico dell’Università di Foggia, era stato membro del panel OSCE di esperti internazionali sulla libertà religiosa. È stato un esperto dell’OSCE il Prof. Pasquale Annicchino, con il quale condivido la responsabilità della Cattedra di Diritto ecclesiastico. La nostra collaborazione e il nostro apporto all’elaborazione teorica dell’OSCE è iniziato nel 2019, quando il Prof. Marco Ventura, anch’egli membro del panel internazionale di esperti e un tempo Professore dell’Università di Foggia, mi propose di realizzare la traduzione italiana delle Linee guida 2019 su libertà religiosa e sicurezza. Era un documento molto più ampio del consueto, oltre ottanta pagine, fondato sulle principali Carte internazionali dei diritti umani. Da lì abbiamo capito che quella traduzione poteva diventare qualcosa di più di un semplice lavoro linguistico.
Cioè il punto di partenza di una vera linea di ricerca?
Esattamente. Insieme ad un gruppo di colleghi del Dipartimento di Giurisprudenza abbiamo deciso di costruire intorno a quella traduzione un manuale che affrontasse il rapporto tra libertà religiosa e sicurezza da più prospettive giuridiche. È stato un lavoro collettivo, che ha coinvolto i colleghi Michele Trimarchi, Gianpaolo Maria Ruotolo, Francesca Rosa e Giandomenico Salcuni. Un lavoro complesso che richiedeva tempo, coordinamento e una visione condivisa.
Uno sforzo che però è stato ripagato…
Nel 2021 quel lavoro ha ottenuto un riconoscimento importante: il Premio Amerigo. È stato un passaggio decisivo, perché non solo ha certificato la qualità del progetto, ma ha anche confermato l’attenzione delle Istituzioni per questa linea di ricerca incoraggiandoci a svilupparla. Così negli anni sono stati avviati progetti di ricerca che hanno visto il coinvolgimento e l’apporto di un numero sempre più ampio di docenti del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Foggia.
Da lì il rapporto con l’OSCE si è ulteriormente rafforzato?
Decisamente. Dopo il manuale abbiamo avviato progetti di ricerca finanziati o cofinanziati dall’Ateneo, dalle Istituzioni nazionali e dall’Unione Europea. Prima il RE.CO.SE, Religion and Comprehensive Security) dedicato al modello OSCE di sicurezza integrata. Poi abbiamo coinvolto direttamente il Ministero degli Esteri in un progetto dedicato allo strumento del dialogo interreligioso e che ha portato alla stesura di un report per le politiche nazionali di sicurezza, recepito dal Ministero e ora pubblicato. Inoltre, proprio all’Università di Foggia si è riunito l’ultimo panel di esperti internazionali convocato dall’OSCE-ODIHR per lavorare sulla bozza del documento su Fede, dialogo e sicurezza che è stato pubblicato nel 2024 e che attualmente è tra i più importanti documenti internazionali sull’efficacia del dialogo tra religioni e tra Stati e religioni nelle strategie di integrazione e sicurezza. Questi risultati e la loro continuità non erano scontati e non sono un dettaglio simbolico: significa che un Ateneo del Mezzogiorno è stato riconosciuto come interlocutore credibile su temi strategici per la sicurezza internazionale.
Ed è in questo contesto che arriva la traduzione ufficiale italiana del documento.
L’OSCE ha affidato a me e a Pasquale Annicchino la traduzione ufficiale italiana del testo del 2024, da qualche giorno pubblicata sul sito dell’OSCE. Le istituzioni italiane potranno utilizzare direttamente quel documento come riferimento operativo. In questo senso si può dire che l’OSCE parla italiano anche grazie al lavoro svolto a Foggia e che in questi anni il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Foggia si è affermato come uno dei centri nazionali più avanzati e riconosciuti in materia di sicurezza. Del resto non dobbiamo dimenticare che nascono proprio a Foggia, grazie alla Prof.ssa Donatella Curtotti, i Corsi di laurea in Scienze investigative e in Scienze Giuridiche di Sicurezza.
Uno dei presupposti di questi documenti è il rapporto tra migrazione, sicurezza e libertà religiosa. Qual è il dato scientifico che emerge dagli studi?
Tutta la comunità scientifica che si occupa di migrazioni concorda su un punto in particolare: il migrante può essere disposto a rinunciare a tutto — lavoro, status, territorio, perfino ai legami familiari — ma non alla propria identità religiosa. Nella frattura della migrazione, la religione diventa spesso l’unico punto fermo, un baricentro identitario non sacrificabile. È per questo che l’OSCE considera la sua tutela un fattore di sicurezza. Ed è proprio la gestione politica e giuridica dei processi migratori in relazione alle nuove rivendicazioni religiose e alle istanze di sicurezza il focus dell’ultimo progetto finanziato dall’Ateneo di Foggia al quale stiamo lavorando insieme alle cattedre di Diritto internazionale e del lavoro.
Cosa accade quando questo dato viene ignorato nelle politiche pubbliche?
Accade che si producono esclusione, marginalizzazione e, nei casi peggiori, radicalizzazione. Questo è particolarmente evidente nelle seconde e terze generazioni di migranti, che paradossalmente sembrano subire una crisi identitaria più profonda rispetto alla prima. Qui entrano in gioco anche i social media, che funzionano come amplificatori di narrazioni polarizzanti.
In questo senso, la sicurezza integrata può diventare uno strumento operativo?
La sicurezza integrata, o Comprehensive Security come la definisce l’OSCE, non è uno slogan né una categoria teorica. È un modo concreto di progettare strategicamente le politiche pubbliche. Significa lavorare prima dell’emergenza, sulle condizioni culturali, economiche e giuridiche che rendono il conflitto meno probabile agendo come fattori di pacificazione del tessuto sociale. Tiene insieme sicurezza politico-militare, dimensione economico-ambientale e dimensione umana. Quest’ultima riguarda diritti, coesione sociale, riconoscimento delle identità. Non è un’aggiunta buonista, ma un fattore strutturale di stabilità”. Questo modello di sicurezza, tra l’altro, molto deve agli apporti del magistero cattolico a partire da Pacem in terris di Giovanni XXIII e Populorum Progressio di Paolo VI.
È per questo che la Capitanata viene spesso definita un potenziale laboratorio nazionale?
Sì. Qui si concentrano molte delle criticità che oggi interessano l’intero Paese: flussi migratori complessi, insediamenti informali, ghetti e una forte attenzione del governo centrale. Proprio per questo la Capitanata è un osservatorio privilegiato sui processi migratori e un territorio ideale per un approccio integrato al problema della sicurezza.
Che ruolo ha avuto, in concreto, il lavoro svolto con la Prefettura di Foggia?
Un ruolo fondamentale. La Prefettura ha mostrato una sensibilità altissima su questi temi, coinvolgendoci in momenti di confronto e progettazione. Ad esempio, su iniziativa della Prefettura, nel 2024, è stato insediato un tavolo di dialogo con le comunità musulmane del territorio al quale sono stato chiamato direttamente a contribuire in vista di progetti di riqualificazione urbana e socio-culturale. L’anno scorso, in seguito alla pubblicazione della prima versione in inglese del documento OSCE su “Fede, dialogo sicurezza”, la Prefettura di Foggia è stata ancora protagonista di un evento su dialogo interreligioso e sicurezza insieme al Direttore generale per gli affari politici e di Sicurezza del Ministero degli Esteri e all’Arcidiocesi. Senza dimenticare che la Prefettura accoglie i migliori studenti di Giurisprudenza per tirocini di formazione e che ha partecipato alle giornate che il nostro Dipartimento dedica all’ingresso del mondo del lavoro dei giovani laureati. Da questa cooperazione e dal lavoro “sul campo” è emerso con chiarezza quanto il riconoscimento dell’identità religiosa e dei luoghi di culto sia centrale per prevenire conflitti e favorire integrazione.
In questo quadro si può parlare di un “modello italiano” di integrazione?
Questo è sicuramente uno degli aspetti più interessanti. Abbiamo visto i limiti di modelli che sembravano perfetti: il multiculturalismo anglosassone, che in alcuni casi ha creato arcipelaghi culturali ghettizzati; e la laicità francese, che a causa delle sue rigidità non sempre è stata capace di comprendere la trasformazione delle complessità e delle conflittualità delle nuove società multiculturali. In Italia, senza proclami teorici, sta emergendo un modello pragmatico, nel quale assume un ruolo decisivo la presenza capillare della Chiesa cattolica e dei suoi corpi intermedi. In territori complessi, questa rete può fare la differenza”.
In questo senso Foggia può diventare un punto di riferimento nazionale?
“Credo di sì. Qui esistono istituzioni attente e corpi intermedi ancora vivi, come parrocchie e Caritas, che funzionano da presidi di prossimità capaci di mediare quotidianamente attraverso un dialogo autorevole con le persone. È questa rete di istituzioni politiche e religiose in dialogo tra loro che rende possibile coinvolgere e responsabilizzare le istituzioni religiose nelle politiche pubbliche della sicurezza e applicare davvero un modello di sicurezza integrata che garantisca un adeguato livello di protezione dei diritti fondamentali in generale e della libertà religiosa in particolare. Non c’è dubbio che proprio Foggia abbia ispirato le mie ricerche su libertà religiosa, dialogo, sicurezza: se non fossi arrivato a Foggia nel 2015, probabilmente questa linea di studi non sarebbe nata. I territori contano, orientano le domande di ricerca. E oggi la Capitanata ha tutte le caratteristiche per essere non solo un osservatorio, ma un laboratorio nazionale delle politiche pubbliche della sicurezza”.