Ci sono decisioni che cambiano una carriera e altre che finiscono per cambiare anche il modo di guardare un territorio. Per la professoressa Silvia Pogliaghi, nuova ordinaria di Fisiologia Umana presso il Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell'Università di Foggia e dirigente medico dell'Unità semplice dipartimentale di Medicina dello Sport del Policlinico Foggia, il trasferimento in Capitanata ha rappresentato entrambe le cose. Lo scorso settembre ha lasciato Verona insieme al marito, senza alcun legame familiare con la Puglia e con un bagaglio inevitabilmente influenzato dall'immagine che, troppo spesso, accompagna Foggia nel racconto nazionale. A distanza di pochi mesi, però, il bilancio è completamente diverso da quello che avrebbe immaginato.
"Pensavo di trovare una città difficile. Invece ho scoperto un luogo con ritmi più umani, dove è possibile lavorare bene e costruire progetti. E soprattutto ho ritrovato qualcosa che mi mancava: la possibilità di fare contemporaneamente il medico, la ricercatrice e la docente universitaria".
La scelta di ricominciare
Dietro il trasferimento non c'è soltanto la vittoria di un concorso universitario. C'è una riflessione maturata negli anni. Dopo una lunga esperienza accademica all'Università di Verona, Pogliaghi sentiva di aver raggiunto un punto di svolta. La ricerca continuava ad appassionarla, così come l'insegnamento, ma le prospettive di crescita professionale apparivano sempre più limitate.
Anche il marito, tecnico di laboratorio, stava vivendo una fase di insoddisfazione lavorativa. I figli erano ormai grandi e avevano intrapreso il proprio percorso di vita. Era il momento giusto per rimettersi in discussione. L'occasione è arrivata da Foggia. L'Università cercava una figura capace di raccogliere l'eredità del professor Giuseppe Cibelli: un fisiologo con un profilo scientifico consolidato, l'abilitazione a professore ordinario e una competenza specifica nella medicina dello sport. Una combinazione piuttosto rara nel panorama accademico italiano.
"Quando ho visto quel bando ho pensato che descrivesse quasi perfettamente il mio percorso professionale”. Così è iniziata una nuova avventura.
"Qui sono tornata a fare il medico"
Se c'è un motivo che più di ogni altro ha convinto la professoressa Pogliaghi a trasferirsi, è la possibilità di unire tre dimensioni della professione che troppo spesso, nelle grandi realtà universitarie, finiscono per separarsi: ricerca, didattica e attività clinica.
"A Foggia sono tornata a fare il medico”. È una frase che ripete più volte durante il racconto e che sintetizza il significato della sua scelta. Oltre all'insegnamento universitario, oggi svolge infatti attività clinica presso l'Unità semplice dipartimentale di Medicina dello Sport del Policlinico di Foggia, contribuendo allo sviluppo di un progetto che guarda ben oltre le tradizionali visite per l'idoneità sportiva.
"L'idea è utilizzare l'esercizio fisico come uno strumento terapeutico. Non soltanto per gli atleti, ma per migliorare la salute delle persone".
Quando l'esercizio diventa una terapia
Per molti cittadini la medicina dello sport coincide ancora con il certificato necessario per praticare attività agonistica. In realtà il settore sta vivendo una profonda evoluzione. Al Policlinico di Foggia la direzione intrapresa è quella della cosiddetta prescrizione dell'esercizio fisico: programmi personalizzati costruiti sulle caratteristiche cliniche del paziente, con finalità preventive e terapeutiche. Si tratta di un approccio già previsto dalla normativa italiana, ma ancora poco diffuso.
"Prescrivere esercizio fisico significa costruire un vero percorso di cura. Non basta dire a una persona di camminare o andare in palestra. Bisogna valutarne le condizioni, definire intensità, frequenza e tipologia dell'attività più adatta".
Il centro foggiano dispone già di una palestra dedicata e di competenze multidisciplinari che permettono di seguire i pazienti in modo personalizzato. Tra i progetti già avviati figurano la collaborazione con la Chirurgia Toracica nell'ambito dei percorsi ERAS di pre-riabilitazione, programmi dedicati ai pazienti affetti da Parkinson e il servizio di Esercizio Fisico Adattato, rivolto alla promozione della salute e alla prevenzione delle malattie croniche. Secondo la docente, le potenzialità sono enormi. "Le strutture ci sono. Le competenze anche. Per molti aspetti basterebbe davvero girare una chiave e decollare".
La sfida alla sedentarietà
L'arrivo a Foggia ha aperto anche nuove prospettive di ricerca. Uno degli aspetti che più ha colpito la professoressa Pogliaghi riguarda i dati sulla sedentarietà.
"In questa provincia oltre l'80% della popolazione può essere considerato sedentario. È un dato molto diverso rispetto ad altre realtà del Nord Italia”. Una differenza che potrebbe incidere anche sugli indicatori di salute della popolazione.
"Spesso si pensa che l'aspettativa di vita dipenda soprattutto dal fumo o dall'inquinamento. Sono fattori importanti, ma non gli unici. L'inattività fisica rappresenta oggi uno dei principali determinanti della salute”. Da qui nasce anche uno dei progetti scientifici più importanti ai quali sta lavorando.
Studiare come si invecchia per vivere meglio
Tra le attività di ricerca che verranno avviate all'Università di Foggia c'è anche "Trajector Next", uno studio multicentrico proposto nell'ambito del bando PRIN 2026 che coinvolge gli atenei di Pavia, Parma, Padova, Torino e Foggia.
L'obiettivo è comprendere come cambia il sistema muscolare durante l'invecchiamento e quali fattori, biologici e ambientali, influenzino questa evoluzione. A Foggia saranno coinvolti circa novanta volontari. L'intento è costruire una fotografia dettagliata delle traiettorie dell'invecchiamento muscolare, valutando il ruolo del sesso, degli stili di vita e del contesto sociale.
"La ricerca serve proprio a questo: capire quali fattori possiamo modificare per vivere più a lungo e soprattutto meglio”. Parallelamente la docente sta costruendo un nuovo gruppo di ricerca all'interno dell'Ateneo, proseguendo anche gli studi avviati negli anni precedenti sulla fisiologia dell'esercizio e sull'attività fisica adattata nei pazienti con malattie neurologiche.
Una città diversa da quella raccontata
Se il progetto professionale ha soddisfatto le aspettative, non meno sorprendente è stato l'impatto con la città. "Prima di arrivare conoscevo Foggia soprattutto attraverso quello che viene raccontato dai media".
L'esperienza quotidiana, però, ha restituito un'immagine diversa. "La qualità della vita è molto più alta di quanto immaginassi. Mi muovo spesso in bicicletta, il traffico è limitato, i tempi sono più umani e riesco a vivere la città con tranquillità”. Anche il marito ha trovato rapidamente una nuova occupazione in un'azienda del territorio, esperienza che ha permesso alla coppia di conoscere da vicino alcune eccellenze produttive locali. "Abbiamo scoperto realtà imprenditoriali di altissimo livello che, da fuori, non immaginavamo nemmeno esistessero".
Naturalmente non mancano le criticità. "La città ha grandi potenzialità e possiede un patrimonio culturale, archeologico e umano straordinario. In alcuni casi, però, ho la sensazione che queste risorse non vengano valorizzate fino in fondo".
Università e Policlinico come motori di sviluppo
Nel suo sguardo da "nuova foggiana" convivono entusiasmo e spirito critico. Da un lato vede un Ateneo dinamico, con colleghi preparati e disponibili a costruire nuovi progetti. Dall'altro ritiene che Università e Policlinico possano diventare ancora di più un punto di riferimento per lo sviluppo del territorio, attirando ricercatori, medici e professionisti da tutta Italia.
"Le università non producono soltanto laureati. Producono idee, innovazione, relazioni. Possono cambiare il volto di un territorio se vengono messe nelle condizioni di crescere”. Per questo considera fondamentale continuare a investire sulla ricerca, sulle infrastrutture e sulle opportunità di carriera, così da trattenere talenti e attrarne di nuovi.
Una scommessa che guarda al futuro
A meno di un anno dal trasferimento, la professoressa non ha dubbi sulla scelta compiuta. Quella che doveva essere una semplice opportunità professionale si è trasformata in qualcosa di più profondo: un progetto di vita condiviso con il marito e costruito attorno a un'idea di medicina che mette al centro la prevenzione, la ricerca e la qualità della vita.
"La mia esperienza mi ha insegnato che bisogna andare oltre gli stereotipi. Esistono tanti Nord ed esistono tanti Sud. Io ho trovato una città che mi ha dato fiducia, la possibilità di lavorare e di costruire qualcosa di nuovo. Adesso tocca anche a noi restituire valore a questo territorio, attraverso il nostro lavoro e la nostra ricerca".
Per Silvia Pogliaghi, la sfida non è dimostrare che Foggia sia migliore o peggiore di altre città. È dimostrare che un'università e un policlinico possono diventare luoghi in cui ricerca, assistenza e innovazione si alimentano a vicenda, producendo ricadute concrete sulla salute delle persone. È questa la visione che ha trovato all'Università di Foggia e che oggi contribuisce a costruire ogni giorno, tra le aule del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, gli ambulatori del Policlinico e i laboratori di ricerca. In fondo, è anche questo il significato più autentico della mobilità accademica: non spostarsi semplicemente da un ateneo all'altro, ma scegliere un luogo in cui mettere radici, far crescere nuove idee e lasciare un segno. Perché la ricerca, quando incontra un territorio disposto a raccoglierne la sfida, può diventare uno dei motori più concreti del cambiamento.