La gelosia come segno di amore. Il controllo come forma di protezione. E la convinzione che esista un’unica “anima gemella” dalla quale non ci si possa separare.
Sono alcune delle convinzioni più diffuse tra gli adolescenti e, secondo una ricerca dell’Università di Foggia, possono trasformarsi in fattori di rischio per la violenza nelle relazioni sentimentali giovanili.
Lo studio, condotto dal ricercatore quarantenne Francesco Sulla, rappresenta la prima analisi sistematica sulla violenza di genere nelle relazioni adolescenziali nel Sud Italia.
L’indagine ha coinvolto tra 800 e 1000 studenti di scuole tra Puglia e Campania, in particolare nelle aree di Mola di Bari, Canosa, Barletta e Cerignola. Il progetto è stato sviluppato in collaborazione con la ricercatrice Anna Sorrentino, dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli. “Si tratta di un fenomeno che nella letteratura scientifica è stato studiato soprattutto in America Latina o nel Nord Italia”, spiega Sulla. “Nel Mezzogiorno mancavano completamente dati strutturati. Questo studio nasce proprio per colmare quel vuoto”.
I miti romantici che intrappolano gli adolescenti
Uno dei risultati più sorprendenti riguarda la diffusione dei cosiddetti miti romantici tra i giovani.“Abbiamo scoperto che molti adolescenti, soprattutto imaschi, credono fortemente in idee come l’anima gemella o il primo amore che non si dimentica mai”, racconta il ricercatore.
Queste convinzioni, diffuse attraverso film, musica e serie televisive, possono però trasformarsi in trappole psicologiche.
“Quando una relazione diventa problematica o violenta, questi miti diventano dei veri e propri bias cognitivi”, spiega Sulla. “La fine del rapporto viene percepita come una tragedia assoluta. Questo rende molto più difficile interrompere relazioni che stanno diventando malsane o addirittura abusanti”.
Quando gelosia e controllo diventano “prove d’amore”
La ricerca ha evidenziato anche un altro elemento critico: la normalizzazione di comportamenti potenzialmente pericolosi.
Molti adolescenti, soprattutto ragazze, tendono infatti a interpretare gelosia, controllo e possessività come segnali positivi all’interno della coppia.“Spesso questi comportamenti vengono percepiti come dimostrazioni di affetto o di protezione”, osserva Sulla. “Il problema è che così i primi campanelli d’allarme vengono ignorati”.
Questa dinamica può creare un effetto progressivo. “Quando non riconosci subito i segnali di rischio, la relazione diventa sempre più difficile da interrompere. Si crea una sorta di ‘invischiamento’ emotivo che rende complicato chiedere aiuto”.
Il videogioco educativo per parlare di relazioni
La ricerca non si è limitata alla raccolta dei dati. Il team ha sperimentato anche un intervento psico-educativo nelle scuole.
Il progetto ha previsto dieci incontri con gli studenti e l’utilizzo di strumenti innovativi, tra cui un videogioco educativo sviluppato insieme alla società VITECO e-learning solutions di Catania.
“Abbiamo cercato di usare linguaggi vicini ai ragazzi”, racconta il ricercatore. “Il gaming è uno dei canali più familiari per gli adolescenti. Attraverso il gioco abbiamo lavorato sui temi delle relazioni, della gelosia e della violenza”.
Il programma ha incluso anche lezioni in classe, attività interattive e incontri con psicologi e psicoterapeuti dell’età evolutiva. I risultati sono stati incoraggianti.“Dopo l’intervento gli studenti riconoscevano molto meglio i segnali di una relazione problematica e aderivano meno ai miti romantici distorti”, spiega Sulla. Non sono invece emersi cambiamenti immediati nei comportamenti violenti.
“Non ci sorprende”, precisa il ricercatore. “Le cognizioni cambiano prima dei comportamenti. Ci aspettiamo che gli effetti più concreti si vedano nel lungo periodo”.
La violenza non è solo responsabilità individuale
Secondo il ricercatore uno degli errori più frequenti nel dibattito pubblico è attribuire la violenza esclusivamente al singolo individuo.
“Spesso si parla del ragazzo violento come di un caso isolato”, osserva Sulla. “Ma questo approccio rischia di deresponsabilizzare la società”.
La violenza nelle relazioni adolescenziali, invece, nasce da dinamiche culturali e sociali molto più ampie.
“Se i ragazzi crescono in un contesto che normalizza gelosia e controllo, è inevitabile che fatichino a riconoscere questi comportamenti come problematici”.
Il ruolo decisivo della scuola
Per questo motivo il ricercatore insiste sul ruolo della scuola nell’educazione affettiva.
“Molti genitori non hanno gli strumenti o provano imbarazzo ad affrontare questi temi con i figli”, spiega. “La scuola può diventare il luogo in cui si costruiscono competenze emotive e relazionali”.
Secondo Sulla, interventi strutturati dovrebbero iniziare già dall’infanzia, con programmi che aiutino i ragazzi a riconoscere stereotipi di genere e dinamiche di controllo nelle relazioni.
“Opporsi a questo tipo di educazione significa lasciare gli adolescenti senza strumenti”.
Dalla Calabria all’Università di Foggia
Il percorso di ricerca di Francesco Sulla attraversa diverse esperienze internazionali. Originario della Calabria, ha trascorso molti anni della sua formazione tra università italiane e periodi di ricerca all’estero, tra Inghilterra e Islanda.
“Ho passato quasi vent’anni fuori dalla mia regione per studiare e fare ricerca”, racconta. Quattro anni fa è arrivato all’Università di Foggia grazie a un bando ministeriale per ricercatori under 40 dedicato al Sud Italia, che gli ha permesso di avviare questo progetto.
“Foggia è diventata il luogo in cui ho potuto finalmente sviluppare una linea di ricerca mia”, spiega. “Qui ho trovato le condizioni per lavorare su temi che hanno un impatto sociale molto forte”.
Il rischio delle relazioni totalizzanti
La ricerca ha individuato anche alcuni fattori che possono proteggere gli adolescenti. Tra questi ci sono attività sportive, hobby e una famiglia presente che sappia accompagnare i ragazzi senza controllarli in modo eccessivo. Il rischio maggiore, secondo Sulla, è rappresentato dalle relazioni sentimentali troppo totalizzanti.
“Quando una relazione assorbe completamente il tempo e lo spazio di un adolescente, isolandolo da amici, attività e interessi, diventa molto più facile che si sviluppino dinamiche di controllo e dipendenza”.
Comprendere questi meccanismi è il primo passo per prevenirli.
“L’obiettivo della ricerca non è solo descrivere il fenomeno”, conclude il ricercatore, “ma fornire strumenti concreti per aiutare gli adolescenti a costruire relazioni più sane”.