Lo sfruttamento lavorativo non è un’emergenza episodica, ma un fenomeno strutturale che attraversa settori diversi e si adatta ai contesti economici. È il punto di partenza del progetto PRIN “Exploit-ed Labour”, coordinato dall’Università di Foggia sotto la guida di Madia D’Onghia, professoressa ordinaria di Diritto del Lavoro.
“La ricerca che abbiamo condotto con colleghe di altre università è cruciale perché lo sfruttamento non è più un fenomeno marginale, ma riguarda settori strategici dell’economia”, ha spiegato la Prof.ssa D’Onghia, raccontando i risultati dell'indagine focalizzata su agricoltura, logistica, moda e turismo e altri settori produttivi in cui emergono “gravi forme di sfruttamento che possiamo chiamare forme di schiavitù contemporanee”.
Un approccio multidimensionale per politiche preventive
Il progetto PRIN Exploit, dedicato al lavoro sfruttato, si muove lungo una direttrice chiara: superare la sola risposta repressiva, pervenire, cioè, “all’individuazione di policies efficaci per la prevenzione del fenomeno”, si legge nella scheda scientifica.
La stessa Prof.ssa D’Onghia ha sottolineato che la ricerca adotta un “approccio multidimensionale indagando i diversi anelli della catena dello sfruttamento”, avvalendosi anche di un metodo interdisciplinare, con l’obiettivo di indagare le cause profonde dello sfruttamento e costruire strumenti di prevenzione. “La sfida è complessa e richiede strumentazione altrettanto complessa e coordinata”, ha evidenziato.
Un’attenzione specifica è stata dedicata alla vulnerabilità dei migranti e delle donne impiegate nel lavoro di cura, categorie particolarmente esposte a condizioni di abuso. “È necessario rimettere al centro il valore del lavoro e della dignità della persona: la massimizzazione del profitto non può prevalere sulla vita e sulla dignità dei lavoratori”, ha affermato la docente.
Il caso agricoltura: 91% dei procedimenti nel settore primario
In Capitanata, l’analisi dei fascicoli iscritti presso il Tribunale di Foggia per il reato di cui all’articolo 603-bis del codice penale, dal 2016 al 2024, è stata condotta dal Dott. Giovanni Soccio, che ha proseguito una ricerca avviata dal Prof. Claudio De Martino.
“Il settore produttivo ad essere più colpito dallo sfruttamento lavorativo è quello agricolo. Difatti, dell’esame dei procedimenti esaminati si ricava che il 91% dei casi ha riguardato soggetti impiegati in questo settore”.
La fotografia restituita è drammatica. “Dagli atti analizzati emerge una diffusa omessa regolarizzazione dei rapporti di lavoro (cd. lavoro nero) e, anche laddove regolarizzati, risultano diverse violazioni del trattamento economico e normativo”. Le retribuzioni “si attestano in media tra le 3,50 e i 4 euro all’ora o altrimenti corrisposta a cottimo nella misura di 4 euro a cassone per la raccolta del prodotto”, con ulteriori somme versate ai caporali per il trasporto.
“Sul versante delle condizioni abitative, emerge purtroppo una situazione agghiacciante”, con lavoratori costretti a vivere nei ghetti o in casolari diroccati. “Assente ogni tutela sul piano della sicurezza e salute”, tra turni estenuanti, assenza di formazione e controlli serrati anche mediante “videoregistrazioni dell’attività lavorativa svolta e attraverso sistemi GPS”.
Nonostante la gravità dei fatti, “il numero delle inchieste avviate giunte ad archiviazione è notevolmente superiore a quello in cui si è giunti ad una condanna” e ciò in ragione di molteplici ed eterogene motivazioni, tra cui l’assenza o la carenza di riscontri probatori rispetto ai fatti denunciati.
Il 118 e i “falsi volontari” nei servizi di emergenza-urgenza
Accanto ai campi, il team foggiano ha analizzato i servizi di emergenza-urgenza 118 gestiti da Enti del Terzo Settore nel periodo antecedente al 2021. Il focus è stato curato da Marco Casiello, dottorando ventottenne dell'Università di Foggia.
“Nell’ambito della ricerca relativa allo sfruttamento lavorativo mi sono occupato del settore dei trasporti sanitari di emergenza-urgenza”, ha spiegato, con riferimento ad alcuni episodi di “simulazione di rapporti di volontariato, che nascondevano rapporti di lavoro subordinato” in condizioni di sfruttamento.
In diversi casi i volontari ricevevano “rimborsi spese forfetizzati (35 euro) per ogni turno ricoperto, della durata di 12 ore” e potevano essere impiegati “anche per più turni consecutivi”, svolgendo di fatto una vera e propria prestazione di lavoro subordinato, come, peraltro, accertato dall’Ispettorato del Lavoro.
La vicenda si è conclusa con l’internalizzazione del servizio nella Sanitaservice Asl Fg srl e con l’assunzione a tempo indeterminato di molti ex volontari.
Regole da cambiare per fermare lo sfruttamento
Per la Prof.ssa D’Onghia non sono sufficienti solo nuove politiche di prevenzione ma occorre intervenire anche sulle regole. In particolare, secondo la professoressa, alcune norme che disciplinano l’incontro tra domanda e offerta di lavoro per i migranti “facilitano lo sfruttamento” e devono essere ripensate. Il legislatore deve fare la sua parte, con scelte più consapevoli e in una logica di inclusione e integrazione sociale.
“Occorrono, dunque, risposte articolate, a più livelli, fondate non solo su interventi di tipo repressivo ma anche di tipo preventivo, che agiscano sulle cause del fenomeno”.
Dalla Capitanata alle ambulanze del 118, la ricerca dell’Università di Foggia restituisce, dunque, l’immagine di un fenomeno complesso che richiede risposte altrettanto complesse e coordinate, partendo sempre da una scelta di campo netta: riportare al centro la dignità della persona.